Archive | novembre, 2012

Ultimi film visti … nonostante i tanti impegni….

28 Nov

Periodo denso di impegni quest’ultimo (soprattutto concorso TFA, concluso proprio oggi… è andata bene); la mia assenza dal blog ne è una testimonianza. Le visioni di film – così come gli altri interessi – sono state, purtroppo, limitate ma ho cercato comunque di tenermi in contatto con questo universo straordinario che è il cinema. In attesa di riprendere a scrivere delle recensioni complete mi limiterò, come l’ultima volta, a fare una rassegna veloce degli ultimi film visti sperando, per alcuni di questi, di poterne riparlare con calma in futuro. Comincerei subito con un film che mi ha colpito molto; si tratta de Il fantasma dell’opera (1943) di Arthur Lubin una delle varie trasposizioni (la seconda in ordine cronologico) dell’omonimo classico della letteratura. Premetto che si tratta del primo film che ho visto diretto da Lubin, regista che sicuramente merita di essere approfondito. La pellicola ha un’impostazione molto ricercata e mescola bene l’aspetto drammatico con la commedia humor. I protagonisti principali sono attori che non conoscevo, a parte Claude Rains, interprete che stimo moltissimo. E in questo film il bravissimo attore conferma quanto di buono avevo già avuto modo di vedere in precedenza: anzi, credo proprio che questa interpretazione di Rains si possa collocare fra le sue migliori in assoluto e che costituisce uno dei punti di forza di questo lavoro. Forse i diversi e un po’ lunghi intermezzi dedicati ai brani di opera rendono il film frammentario nello sviluppo della storia a tal punto da poterlo considerare quasi una sorta di musical operistico. Ma al di là di questo aspetto ci sono delle scene che meritano veramente di essere viste: su tutte il finale concitato quando il fantasma-Rains rapisce la cantante (Susanna Foster) di cui si era follemente innamorato e la porta nei sotterranei del teatro. Un’altro film di cui vorrei parlare è Lo specchio scuro (1946) diretto da Robert Siodmak. Questo è un noir straordinario, che vede come protagonista una grandissima Olivia DeHavilland in un doppio ruolo e molto particolare: l’attrice interpreta infatti due sorelle gemelle, Terry e Ruth, una delle quali ha assassinato un uomo ma la polizia non ha gli indizi per provare se sia stata lei oppure la sorella a compiere il delitto. Dal momento che ambedue si dichiarano innocenti, e non potendole condannare entrambe, il caso sembra irrisolvibile ma, grazie alla collaborazione di un medico (Lew Ayres) che studia la psiche delle due ragazze, si riesce a capire quale delle due sia l’assassina. Componente psicologica e suspense, unite a una grande direzione della fotografia b/n, sono gli ingredienti migliori di questa pellicola sceneggiata dal bravo Nunnally Johnson e diretta da un regista esperto e particolamente brillante nel genere noir come Siodmak. Concludo questa breve carrellata con un film che mi ha un po’ sorpreso: I diavoli della guerra (1969) del regista italiano Bitto Albertini. Mi ha sorpreso nel senso che è stato meno peggio di quanto mi aspettavo: dico questo perché prima di vederlo avevo già sentito parlare del film e sapevo che trattavasi di un lavoro appartenente a un sottogenere di film di guerra a medio-basso costo che venivano prodotti in Italia negli anni 60-70, spesso in collaborazione con altri paesi europei come Francia e Germania. Potremmo definire questo filone cinematografico col termine di “Combat Film all’italiana”, genere che recentemente è stato ribattezzato dal regista Quentin Tarantino come “Maccheroni Combat”, forse facendo una sorta di parallelismo o analogia con lo “spaghetti western”. Ad ogni modo, sapevo più o meno cosa aspettarmi dal film in questione, avendo anche già visto qualche altra pellicola di questo genere come Quel maledetto treno blindato e La battaglia di Inghilterra di Enzo Castellari e L’urlo dei giganti di cui ahimé ora non ricordo il regista. Carenze nello sviluppo del contesto storico, molta azione spesso al limite dell’incredibile, storie talvolta troppo banali e cast formato da attori di modesta caratura a parte qualcuno dei protagonisti che sono attori di livello ma che magari sono a fine carriera o in declino e accettano di partecipare a film di seconda fascia; queste sono le caratteristiche che emergono da questo tipo di pellicole e anche I diavoli della guerra non si discosta molto da questa scia anche se, come accennavo, qualcosa di buono è riuscita a colpirmi: il rapporto umano dei due protagonisti, il tenente americano Vincent (Guy Madison) e il capitano tedesco Meinike (Venantino Venantini). Dopo essere rimasti tagliati fuori dalle loro compagnie in seguito a uno scontro nel deserto tunisino (siamo nella campagna d’Africa, II guerra mondiale) i due ufficiali con alcuni dei loro uomini cominciano collaborare per cercare di sopravvivere alle insidie del deserto. Quando il gruppo riesce ad arrivare nei pressi di un accampamento tedesco il capitano Meinike lascia liberi gli americani anziché farli prigionieri. Tempo dopo, in Europa, durante una missione per liberare un ufficiale inglese (Anthony Steel), Vincent e Meinike si ritrovano faccia a faccia: il tedesco potrebbe sparare all’americano ma esita e nel frattempo viene colpito da un altro soldato americano. Finale amaro per un film che vale la pena di essere visto solo per questo aspetto che ho sottolineato: il rispetto e l’amicizia che può nascere tra uomini di schieramenti opposti, che contrasta con quello che è lo scopo di una guerra e ne fa emergere in qualche modo l’inutilità e la follia. Il resto del film è veramente poca roba; tra l’altro, un attore come Anthony Steel poteva senz’altro essere sfruttato meglio e non limitato a una piccola parte.